Racconti dell’ora tarda

Novembre 19, 2006

Domenica pomeriggio

Archiviato in: Quelli della notte — blackix @ 10:57 pm

Domenica pomeriggio è dura qui. Non puoi scappare, solo case come non le avevi mai viste, sole e imponenti, strade che ti invitano a non passare che c’hanno da fare le pulizie domenicali pure loro e i negozi chiusi che per i negozianti e il mondo intero è normale ma non per me.
Una domenica pomeriggio avevo accettato il solito invito patetico che recita sempre alla stessa maniera:”un giorno di questi c’andiamo a fare un caffè insieme che facciamo due chiacchiere”. Può essere il caffè se sei fortunato ma alcuni sono audaci e la buttano sull’aperitivo, ma sempre con la stessa formula vincente. Scesi di casa, avevo ancora il pantalone del pigiama addosso, ma sotto i jeans stavolta, che faceva freddo da morire quel giorno sebbene soleggiato. una decina di passi per capire che ero l’unico a fare rumore in quell’oltreterreno paesaggio invernale, con i miei colpi di tosse insistenti, i rantoli, le scatarrate a terra di gusto. Procedevo. Salutai con aria esperta e sostenuta il primo bar che incontrai, quello più vicino a casa, i soliti clienti e il proprietario ricambiarono con comprensione.
Camminavo e camminavo, mi sembravano centinaia di chilometri, quelli che erano 100 metri, tutto aveva senso senza clamore, ed era sempre più bello. Poi eccomi. Sapevo che stava finendo tutto per colpa sua. Quel locale aveva l’aria di essere una specie di casa del grande fratello, specchi e telecamere dappertutto. La gente inguarnita col sorriso alla puttanesca, i barman stronzi e disumanizzati da quelle pettorine nere con una cerosa slabbrata inconsistente scritta fashion in rosso. Lei era liggiù, seduta, attrezzata da combattimento, che parlava sostenuta con un cazzone. Mi guardo intorno, impettito, con la coda dell’occhio spio lo specchio che stava dando in diretta l’immagine di un bidone di merda lanciato di volata in mezzo ad uno stormo di cigni a riposo. Arrossisco. Coraggio, mi dico.
“Salve…” lei sembra contenta lui sembra quello che è. Poi prego che non dica quella frase di plastica addetta a risolvere con eleganza questo tipo di circostanze…ma lui sembra quello che è.
“Ma…ci conosciamo forse?”
“no, non credo davvero” poi prendo la situazione in mano.
“Senti, che posto di merda è mai questo? Se non ce ne andiamo subito ti avverto, inizierò a ruttare e scorreggiare e a fare a botte con qualcuno perchè questo posto non ha nemmeno la dignità di chiamarsi bar.” Ero infastidito. Dal bar senza neanche la staffa di metallo al di sotto del bancone che gli da solitamente il nome, da quel cazzone farcito tutto improfumato che sembrava na mignotta, e da Lei che ora mi aveva dato modo di capire tutto.
Era allibita. Le ero sembrato tanto carino una sera. Mi ero ubriacato a livello giusto. Un pò di vino e qualche bourbon. Ero perfetto. Una macchina da soliloquio. Le parole giuste e poi qualcuno che viene incuriosito a sentirle. Così l’avevo conosciuta Lei, e mi era sembrata la donna della mia vita. La mattina dopo non me ne ricordavo purtroppo ma fu Lei a trovarmi.
Uscimmo. Tutto quel brusio mortale ora lontano. Finalmente. Una bicicletta con una signora anziana sopra, ci pedalava con grazia e andava veloce, velocissima mentre la sua mantella nera danzava col vento. Camminammo, io non parlavo perchè osservavo, lei non parlava perchè pensava. Poi esplose: “Sei stato un maleducato lo sai vero? Di cattivissimo gusto la tua uscita ecc.. ec…” non la sentivo già più a causa della mia arroganza. Era bella però, tutta rossa, sembrava quasi umana da questa prospettiva, il rosso che le aveva pompato le gote e le tempie quasi scrostava quella roba polverosa, finta. Ci fissammo due 3 o 20 secondi non lo so ma lo sguardo fu magnetico. Io ero incantato chè le tremava un sopracciglio e una narice, forse non era abituata a incazzarsi. Ci vogliono nervi saldi nella vita. Risi, la baciai. Lei era molto lenta, io assecondavo. La guardai negli occhi. Occhi profondi, vivi, tristi che sembrava una bimba. La abbracciai. Lei pianse. Parlai calmo:
“Ci sono cose che devo fare prima di incontrare la donna della mia vita…cercherò di dimenticare finchè non ci reincontriamo per sbaglio”
Mi staccai e lei era pazza ora. Avevo paura, a coda bassa me ne andai. Badavo alle mie spalle che non si sa mai.
Di nuovo silenzio. Calma. Avevo solo fastidio alle tempie. Ci avevo da piangere, ero triste, mi sentivo insufficiente come a scuola. Allora salutai di nuovo il baretto vicino casa. Lui era affollato, il sole tramontava. La chiave entrava ed eccomi a casa. Tossii, rantolai, sputai soddisfatto. Bevvi qualcosa. Risi solo. Bella la domenica pensai e dormii dritto fino al lunedì.

Gita al paese d’autunno

Archiviato in: Quelli della notte — blackix @ 10:52 pm

38 minuti in vespa, il paese sfugge in salita col motore che arranca. Il confortante cartello e ci sono. Un bel vialone principale come neanche nel far west. Roba da cagarsi in mano se ti ci trovi di notte. 5 bar affilati, uno dopo l’altro e non molto altro, da un punto di vista della floridezza economica dico.  Poi rifletto…
Io sono povero e bevo. Diciamo che bevo tanto.
Vivo in un paese di merda che ci sono solo bar e qualche cazzone che vende le caramelle nell feste patronali, questo non contribuisce all’economia che nel quadro generale risulta pressappoco imbarazzante.
Così io ci ho debiti da Mario (il tipico nome da barman confidente, un pò cinico, un pò cuore d’oro) e glie li devo pagare se no lui mi si fa da dietro come dice,  ma per farlo devo avere un lavoro.
Così mi affido all’istinto e penso che qua bevono tutti e che ci sono tanti bar che è evidente che vanno forte.
Allora il mio bar sarà più figo di tutti e ci potrò bere a sbafo. Si chiamerà…da Sandruccio.
Mortale, acquolina in bocca e sete, tanta sete.
“Buonasera…”, irrompo nel sudario. Nessuno guarda, nessuno ha familiarità con i saluti qui perchè tutti hanno la possibilità di guardarsi dalla mattina alla sera. Basta anche solo si affaccino alla finestra.
Il barista, accenna, non parla. Lo sguardo comunica una domanda a risposta multipla:
a)birra
b)novello che è periodo
c)azzo vuoi?
Mi sento imbarazzato. A sensazione prevale la c).
“Birra…” -silenzio apostolare-
Io lo sapevo di essere un timido, uno che si fa calpestare orgoglio e dignità(quale?) per evitare una situazione imbarazzante però quei miei pensieri stronzi dicevano:
“Coglione ammuffito, ti sto incrementando del 33% il PIL di questo sbavoso baretto in menopausa da 30nni e tu mi tratti pure di merda?” ma io sono un timido e stetti zitto.
Seduto, avevo avuto freddo. La birra non scalda, cattivo investimento. Cerco il coraggio per richiamare l’attenzione dell’omone per un aumento di calorie.
lo sguardo però, fetente, coglie nell’istante della durata di 2 passi svelti una forma meravigliosa passare oltre la porta d’ingresso. Non so se sono mai stato pazzo così, come in quel momento dico, però ebbi l’indecoro di alzarmi per rincorrere quella forma sparita oltre la scritta “da Mario”.
Esco. Niente. Il vialetto disabitato, le panchine segaiole che non vedevano un bel culo di donna dalla guerra, gli alberi al solito calmi e pazienti, e nessuna forma da rincorrere.
L’insistenza rende l’uomo pazzo, la perseveranza invece pure.
Giro quell’inferno di strade e vicoli a misura di topo, inutili gradini, nemmeno l’ombra di una persona, solo cani e madonne e padre pio che mi si incazzava contro coi  sottoguantoni da pugile.
Va bene, pensai, solo l’ennesimo inferno indolente. Poi, rotolando attraverso una scomoda discesa di gradini tortuosi e in verità anche molto alti mi ritrovai di botto di fronte al bar. 3 persone fuori a fumare, quelle che erano dentro prima. Mi avvicino con aria minacciosa. Poi al  dunque mi rammollisco. “Scusate…”. Di nuovo il totoquiz dell’espressione mistica:
a)Vattele a comprare se ci tieni a fumare che costano caro
b)Qualunque cosa tu mi chieda non ti risponderò straniero
c)Azzovuoi
Di nuovo quella strana percezione. Poi accenno un sorriso e proseguo:
“Cercavo una ragazza, forse voi la conoscete che so come funziona in questi paesi che ci si conosce tutti. Ci dovrebbe avere i capelli scuri, alta normale, vestita tutta nera, almeno oggi…non che sono un maniaco ma l’ho vista passare da qui e forse pure voi, ho pensato che  forse nei paesi ci si conosce….che, sapete, tutto il pomeriggio a cercare poi uno perde la  speranza  e chiede un pò in giro…”
….
“Grazie signori, buon divertimento” dissi, mi rimisi in sella accesi e scappai scivolando giù per quella roccaforte di mutismo e rassegnazione, pensando  al bar, “da Sandruccio”, ai vecchi e soprattutto a Lei, che ora capivo che non poteva essere nient’altro che la Morte, nel suo abitonero, consueta avventrice di posti come quello, che ora mi stava dietro il culo e già mi mancava.

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