Racconti dell’ora tarda

luglio 19, 2010

Il ciccione

Filed under: Quelli micidiali — blackix @ 11:50 am

Era il 7 Luglio di un anno penoso e Claudio Buggi era il peggior impiegato della storia. Ma era raccomandato. Tutti volevano fargli il culo, a Claudio. Era un ufficio di piccoli uomini e piccole donne. Giacche, cravatte, camicie inamidate, gonne fino alle caviglie, occhiali. Tutti avevano gli occhiali. Tutti tranne Claudio. Questo zio gli aveva procurato il posto fisso all’età di 40 anni. Ne erano passati appena due e Claudio, come dal secondo giorno in poi, indossava una camicia a manica corta vinaccia aperta sulla pancia, bermuda di cotone bianchi, barba di 10 giorni, capelli inumiditi nel lavandino del cesso dell’ufficio.
C’era solo una cosa che Claudio non poteva permettersi di fare in quell’ufficio. Lo zio glielo aveva detto esplicitamente: “Quella lì è gente con le cravatte, con i vestiti stirati. Sono tutti pazzi, capisci? Tu fai pure come ti pare ma solo ad una cosa devi stare attento. Dovrai indossare SEMPRE le scarpe. Non entrare in quell’ufficio del cazzo con delle ciabatte o dei sandali. Quelli lì, se sentiranno puzza di piedi, ti prenderanno e ti mangeranno le cervella. Claudio, guardami cazzo. Non scherzo.” “Va bene.”
Claudio non infranse mai la regola delle scarpe. Tranne quella mattina.
Aveva dei sandali, tipo quelli di legno con la cintina bianca e la fibbia color ottone ossidato. Il bianco della fibbia era ingiallito dall’usura. Si vedevano queste dita dei piedi sgraziate, con unghie nere e macchie di unto.
Claudio si accomodò dietro alla scrivania, prese una sigaretta dal suo cassettino chiuso a chiave e stese i piedi sorridendo beato.
Aspettava rotture da un momento all’altro. In fondo le stava cercando. Voleva sfidare il potere della sua raccomandazione o, forse, voleva vedere se era capace di intimorire i colleghi. Voleva far vedere di essere un duro. Ecco che arrivava la prima. Melania Pizzelli. Solo un nome senza faccia.
“Buggi…mi fai così schifo che la merda mi sembra meglio. Ecco cosa farei: ti farei affogare nella merda. Forse tu, nella merda ti ci fai davvero il bagno….”
“Ok Pizzelli. Afferrato. La prossima volta prova a chiedermelo con gentilezza e potrei accontentarti”
“Cosa?”
“Di succhiarmelo.”
Dimenò un pugno in aria esausta, pronta a sferrarlo sulla faccia macinata di Claudio. Poi se ne andò.
Dieci minuti dopo arrivò il caporeparto. Gelsomina Presti. Aveva una lunga faccia da cavallo. Denti enormi e occhi piccoli e malvagi, nascosti da una montatura allungata ai bordi di colore rosso carminio.
“Ho una sorpresa per te caro Buggi…”
“Sto lavorando duro qui, non ho bisogno di rotture di palle.”
“Oggi, il tuo comportamento, deprecabile e proibito, è coinciso con quello di un altra stella del nostro firmamento aziendale. Così noi dell’ufficio ordini, in accordo con i ragazzi del piano di su, ufficio contestazioni, abbiamo deciso di raccogliere questi due gioielli e farli lavorare di concerto. Sei contento Buggi?”
“No.”
Aveva tette dure e sode, il culo e le gambe erano, invece, deformi vasi di letame e capillari.
“Ecco il tuo compagno di lavoro: ti presento Aldo Calzi! Lavorerete fino alle 22 per recuperare il lavoro perso. Uno di fronte all’altro. D.a. s.o.l.i., noi andremo tutti in amministrazione oggi, c’è l’aria condizionata lì. Un’ultima cosa…il primo che stacca il culo dalla sedia, anche per pisciare, viene trasferito con effetto immediato al magazzino cartoleria giù al -1 per un anno intero. Buon lavoro. “
Aldo Calzi era un essere davvero ignobile. Aveva tutti i problemi del mondo eppure non muoveva a compassione. Era un enorme e prepotente balena. Pesava più di 200 Kg per 170 cm di altezza. Andava a lavorare con delle canottiere bianche. Aveva pantaloncini di cotone celeste macchiati di sperma davanti, e di merda dietro. Aveva le calze. Calze grigie di spugna, con dei sandali da tedesco. Aveva i capelli unti e spettinati, un faccione glabro con questa espressione da maiale sporco e affamato.
Entrò faticosamente dalla porta. Ansimando per lo sforzo. Si era messo un mazzetto di pratiche tra il culo e il pantaloncino così da avere le mani libere per poter fare uno spuntino di patatine fritte alle 9.30 del mattino. Non guardò in faccia Claudio finchè non si accomodò sulla sedia posta di fronte alla sua facendo un rumore infernale, sbuffando e bestemmiando. Appena sedutosi guardò fisso negli occhi Claudio per qualche momento con lo sguardo perso nel vuoto. Poi, finalmente, riuscì a tirar fuori un rutto proteso per più di 5 secondi che, evidentemente, gli stava impedendo di respirare. Un puzzo terribile diffuse da quella latrina unta e cosparsa di residui di patatine.
“Porco cazzo merdoso di un giuda cazzoso di una merda fitosa…” esclamò Calzi rovistando sulla scrivania alla ricerca delle carte che aveva infilate nel pantaloncino.
“Se cerchi le carte, te le ho viste uscire dal buco del culo prima.”
Si sentiva una puzza tremenda. Ogni secrezione umana può avere un odore sgradevole. Quelle di Aldo Calzi erano le secrezioni più rivoltanti della storia di questa infelice e meschina umanità. Ogni parte del suo corpo era una sorgente sgorgante fetore. Le mani persino. Non erano mani. Erano due cotechini con attaccati dieci piccoli wurstel andati a male.
“Stronzo. Fatti i cazzi tuoi tu. Capito? Capito stronzone? Capito ricchione stronzone frocione? OH! OH! OH! cazzo. OH! merda di cazzo…” intimò Calzi sbattendo le ciglia a ritmo di turpiloquio. Poi scorreggiò e l’ambiente iniziò a cambiare colore.
Il Calzi stava allungando la distanza. Stava vincendo quella tediosa e meschina competizione a chi dovesse staccare per ultimo il culo dalla sedia. Buggi era, nel suo piccolo, un essere privo di ambizioni, un puttaniere, un uomo dalla scarsa igiene personale, un alcolista, un nichilista persino, ma aveva intelligenza e umorismo. Non meritava una ingiuriosa sconfitta. Non da Calzi almeno.
Calzi, invece, era, al di là di tutto il resto, un idiota di rara specie. Un vero ippopotamo senza un briciolo di cervello ne anima, oltrechè un individuo pieno di pregiudizi e discriminazioni.
“Hanno fatto caporeparto a Michele Scialinoi. Ma ti rendi conto porco cazzo merdoso di merda? Quello è ebreo! Quello ci fotte a tutti quanti, merda merdosa! E tu? che cazzo di guardi? Oh! OH!!” oppure “Ieri volevo chiavare. Allora ho chiamato una mia amica e l’ho fatta venire a casa. Solo che quando è venuta a casa non mi ricordavo che era negra! Quella puttanazza marcia di una negra! Porco di quel cazzo negro ebreo merdoso di merda nera!!! C’ho detto di andare a farsi bruciare viva dentro alla roulotte con gli zingari pure…”
Stava diventando insostenibile. Il ragazzone ruttava e scoreggiava di continuo. Parlava sentenziando su tutto e tutti. Era devastante. Così Buggi stava prendendo tempo per riflettere. Vedeva, in lontananza, la gente che li spiava da altri uffici. La gente che godeva di quanto stesse avvenendo. Così, su due piedi, decise di minacciare di morte il suo collega.
“Alle 22 usciamo di qui. Sarà buio, così io scomparirò nella notte. Quando starai per aprire la porta di casa ti troverai con la gola tagliata, pezzo di merda. Ti farò uscire la merda dal collo. Ti squarterò come un maiale! Ti…”
“OH! OH! cazzo di porca puttana di merda!! Se non mi fai lavorare mò ti caco sulla scrivania. vuoi vedere? vuoi vedere? Tengo già tre quattro chili di merda pronti a menarteli in faccia! Devi starti zitto sennò finisci male tu! Io tengo gli amici che ti vengono a rubare dentro a casa e si fottono pure a tua moglie. Hai CAPITO RICCHIONE?”
La tecnica della minaccia di morte non poteva funzionare. Era privo di ogni attaccamento alla vita. Ma c’era un punto ignoto. I suoi pregiudizi, le sue paure. Così Buggi tentò un attacco diverso.
“L’altro ieri, sabato, sono andato di nuovo al Panama. C’era una serata coi fiocchi. Appena entro vado da Sylvester, il proprietario, e gli faccio: – Hey silvestro, c’è qualcosa per me stasera? Qualche bocconcino?- E lui: -Ci ho un trentenne tondetto come piace a te. E’ venuto per vedere lo strip dei Micio Men. E’ arrapato duro! Acchiappalo prima che se lo prenda qualcun altro.- Allora vado sotto alla pedana e mi avvicino a questo dolce ragazzone. Pesava oltre i 180 ed era una delizia! Questo faccino imbronciato, queste manone sempre a pescare qualcosa da mangiare in giro…un bignè!” Esclamò Buggi con fare vertiginosamente effeminato. Il collega non interrompeva, ma sudava ed era in imbarazzo. Era stato colpito in un punto molle.
“…allora gli metto una mano sulla spalla e gli faccio: -Hey ciccetto, ti va di fare un giro nel privè? Ci ho un cazzo enorme, io! Ti sfamo per 2 mesi sai?- allora lui mi guarda il pacco e gli esce un rivolo di saliva. Era eccitato duro e io anche. Siamo andati nel privè e lo sai cosa mi ha fatto?”
A quel punto Calzi era bianco, guardava nervosamente i fogli senza capirci niente. Stava scoppiando. Non sopportava neanche la sola parola: Frocio. Lo mandava in tilt. Prese coraggio ed esclamò con rabbia spezzando la voce:
“Ricchione di merda smerdato! ti chiamo i miei amici e ti faccio aprire in due eppoi…” e Buggi: “Eh! Magaaari!”
Nel frattempo iniziò a fare piedino e continuò sulla riga di prima: “…ti dicevo. Nel privè me lo tiro di fuori e lui hai capito cosa fa? Scommetto che lo stai già pregustando…” A quel punto il piede calloso di Buggi finì per tangere l’interno coscia di Calzi che sobbalzò in preda al panico, come se fosse stato punto da una vespa sui coglioni.
L’obeso prese ad urlare ossessivamente e a piagnucolare:”….il ricchione inculato. Mi vuole inculare!!! venite tutti! Ho vinto io! Ho vinto io!” era in piedi distante un metro dal tavolo.
Come di incanto comparve la Presti. “Calzi, da oggi sei in magazzino per 12 mesi.”
“Ma questo è ricchione, mica è colpa mia che a me mi piacciono le femminone! Io voglio stare da sopra! Dentro dell’ufficio!” Piagnucolava come una femminuccia. Buggi ci aveva preso nel segno ed era soddisfatto del suo operato. Poi guardò la Presti e attese, come una specie di ricompensa per il lavoro svolto.
La donna lo guardò rilassata. Dopo un pò esclamò, con la voce rotta dall’emozione: “Buggi, sei licenziato! vai fuori dalle palle, finalmente tuo zio ha acconsentito”
Buggi si indispettì. Tirò fuori un esteso dizionario di espressioni facciali contrite e di sfida. Poi prese tutte le sue cose dai cassetti chiusi a chiave: sigarette, accendini rubati, matite e penne, un fermacarte a forma di culo, una bottiglia di vino da 2 euro, degli spiccioli rubati alla macchina del caffè, e le mise in una busta di plastica. Si accese una sigaretta, si grattò il culo e uscì dalla porta lasciandosi alle spalle un fragoroso applauso e Aldo Calzi che rideva e scoreggiava e imprecava contro.
Fuori dall’edificio guardò il palazzo. Gli venne un conato. Guardò l’ora, erano le 18. Controllò di avere dei soldi. E andò al Panama.

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