Martino aveva una pancia rinsecchita, le palle degli occhi appena appoggiate alle scarne occhiaie e le ossa del corpo tutte in evidenza. Martino camminava tranquillo sulla sua strada preferita, col suo vestito preferito che gli stava addosso come una tenda appoggiata su un quadro e stava andando nel suo negozio preferito. La strada era vuota, nessun rumore e una impossibile leggerezza dei passi gli insinuò il dubbio di essere diventato sordo. Con evidente preoccupazione diede due colpi al terreno ben assestati e, allietato di averne percepito il suono stufo sul pavimento di asfalto, continuò il quotidiano peregrinaggio verso il negozio. D’un tratto scorse lo scuro mantello della morte attraversare furtivamente il suo sguardo e poi dissolversi in qualche ombroso anfratto. Potè sentire forte il battito del suo cuore mentre il passo diventava sempre più veloce e scomposto. D’un tratto il cielo vermiglio del tramonto decadde in un oscuro ed indefinibile tono purpureo, talmente scuro da impedirgli di vedere a un passo dai suoi stralunati occhi. Un gelido e tempestivo vento rosso, lo attraversò senza resistenza, come se fosse una rete da pesca e lo fece rabbrividire al punto da impedirgli di proseguire. Fermo, paralizzato dalla paura e dall’attesa di un evento orribile e definitivo, si lasciò cadere in ginocchio mantenendosi la testa tra le ossute mani. D’un tratto il vento calò e l’aria divenne tollerabile sulla sua pelle di marmo. Una voce di donna profonda e impassibile pervase il suo corpo tremante.
“Alza lo sguardo!”
Il povero martino alzò lo sguardo e vide la bella signora avvolta in panni neri e sottili, trasparenti. Aveva la faccia oscurata dal bendaggio che portava, che ne occludeva la vista come nascondesse un prezioso e temibile capolavoro. La morte regalò, attraverso i suoi bui veli, la vista dei suoi turgidi e prosperosi seni, dei suoi fianchi perfetti, delle sue gambe forti e pronte e del suo ventre accogliente. Martino fece per parlare ma le parole vennero ingoiate dalla paura e, ora, anche dall’eccitazione frustrante e impossibile che derivava da quella dionisiaca vista. La morte, dal canto suo, accennò a gesti provocatori e sensibilmente eccitanti. Martino sentì il suo stanco cuore pulsare gli ultimi tumulti scomposti per dare adito alla sua faticosa erezione, ma senza successo. Così l’ultimo colpo nel petto, un grido soffocato, si strinse a se come un riccio e morì con quella faccia risucchiata dalla sofferenza della sua iniqua vita. La vita non gli fu complice neanche nell’ultimo, fatale momento.
“Chiamate un medico, presto!” Dicevano le voci, prima divertite, adesso mestamente colpevoli e imbarazzate.
“Ci sei andata pesante, Barbara! E chi sarebbe sopravvissuto ad uno scherzo come questo?” Disse l’unico, spavaldo amico di Martino, irrompendo nel funereo silenzio. Con voce prima solenne poi, guardando il corpo contratto e la faccia stremata ma a suo modo buffa dell’amico, non resistì ad uno sbuffo ironico e contratto. Poi un altro, e qualcuno lo seguì, ne seguirono altri come singhiozzi in un teatro dell’assurdo e, alla fine, la fragorosa risata generale mentre l’ambulanza ricopriva quel tragico e rinsecchito corpo con un velo bianco. La folla si allontanò, divertita mentre il corpo giaceva ancora lì, con quel lenzuolo bianco, che sembrava nascondere un esile figura di legno.


