Racconti dell’ora tarda

Novembre 19, 2006

Venga Caos e non rompete le palle…

Archiviato in: Quelli micidiali — blackix @ 11:03 pm

Scorre come acido sulle palle quella sensazione di fastidio per il corpo. La pelle che vorrei scoppiasse e tirasse fuori una creatura splendida e nuova, mai inventata prima. Sono al centro di una turbina grande quanto manhattan che continua a centrifugare anime intorno a me. Io nel suo cuore e il rumore più assordante mai sentito da uomo che squaglia i timpani, polverizza gli occhi e mi fracassa le costole mentre il cuore pare uscirmi dal buco del culo. Se solo qualche angelo potesse sentire quanto forte io stia urlando AIUTO! Nessun figlio di puttana del cielo scende a darmi nemmeno dei tappi per le orecchie. Nè qualche angelo ossobuco nè qualche povero dio senza troppi fan. Gli dei hanno paura della terra. Preferiscono tirare aperitivi su giove e saturno piuttosto che salvare questa inutile palla celeste. Va bene cazzo, mi vendicherò.
Così morii.
Qualche epoca dopo o prima venni tirato via dalla passera di una ciabatta 50enne senza troppe pretese. La vidi vecchia e morta appena uscii dal suo inaccogliente corpo. Appena uscito sputai un pò di merda insanguinata e mi diedi subito da fare per mangiare e bere qualcosa. qualche anno dopo sgozzai un tipo fuori da un locale perchè ero incazzato. per fortuna non c’era polizia in quell’epoca. Al bar mi offrirono un paio di scotch perchè mi calmassi. non mi calmai e iniziai a sfregiarmi la faccia e le mani. per fortuna alle donne non piacciono i tipi sfreggiati. Così quando avevo voglia di qualche grammo di figa me la andavo a comprare. Le ammazzavo quasi tutte dopo l’uso.
Una mattina mentre dormivo il mio cane Negraccio mi svegliò leccandomi le palle. Aveva qualcosa da dirmi. C’era un tipo pieno di pelle nera e senza faccia in piedi davanti a me. Mi chiese di vestirmi e di seguirlo. Ubbidii per via del suo charme ipnotico. Mi portò nel suo jet privato parcheggiato sotto casa. Decollammo e andammo oltre le nuvole. C’era una stazione orbitante poco oltre l’atmosfera. Scendemmo. Dopo l’angar c’era un bellissimo salottino d’attesa. C’era un frigobar agganciato a terra per via della ridotta gravità. Iniziai a ingoiare tutto il liquido potessi caricare nell’attesa. A un certo punto il dannato uomo nero mi tirò su per ilbavero e mi chiese rispetto per le eminenze. Vuoi vedere che siamo arrivati a casa di quei figli di puttana degli dei? Realizzai essere così quanto vidi un poster degli Impaled Nazaren sul muro dell’ufficio dove entrammo dopo. C’erano 3 uomini e 3 donne nudi e, nonstante questo, molto più alti di me, seduti in circolo con delle pettinature oltraggiose. Mi sedetti su un trono a me dedicato.
“tu sei l’esempio del male per il male. il male che diventa inconsapevolezza della vita e della morte. abbiamo una proposta da farti.”
scrutai gli occhi purpurei di quella fichissima donna gigante. Poi tirai fuori una bottiglia che avevo nascosto nelle mutande e che l’uomo nero non poteva vedere. Il silenzio assoluto veniva stuprato da quel rumore fastidioso delle mie labbra schioppettanti sul collo della bottiglietta e il progressivo rimpinzarsi dello stomaco di quell’adorabile liquore islandese.
“tu ci aiuterai nelle faccende demografiche. devi mantenere molto basso il numero di quei fastidiosi e pretenziosi umani.”
guardai la mia faccia riflessa su un sontuoso e lucidissimo pavimento di cristallo trasparente. si vedeva bene, attraverso le nuvole, quel piccolo cancro nero nel mare che era la mia nazione. la mia faccia era bellissima, increspata come le onde del mare la mia fronte, e contratta come un forziere la mia bocca. Aprii il forziere:
“Voi siete creatori del venerdì sera. fumettisti ciechi. scrittori senza vita. manipolate il tempo perchè per voi non ha significato. io sono la salvezza per quello che sono. sono una candela in una bufera e decido le mie possibilità in un mare di vincoli. mi chiedete di servirvi senza pensare al fatto che avete già sbagliato una volta in una delle infinite parentesi temporali che avete voi stessi creato. vi siete divertiti a farmi morire senza pace. senza pace sono tornato. e ho memoria di voi e di me stesso prima di nascere in questa inadeguata forma. Adesso sono qui a raccogliere ammirazione e rispetto mentre penso di essere, tutto sommato, molto meglio di voi tutti.”
Mi alzai, mi avvicinai alla più figa delle dee, le carezzai il gigantesco volto marmoreo e sfiorai i suoi seni senza dare troppo nell’occhio. diedi le spalle al consiglio. feci due passi. vidi l’uomo nero fare si con la testa. mi fece vedere un pacchettino di sigarette. e gli dissi:
“dammi una sigaretta”
ubbidì davanti agli immobili creatori. accesi la sigaretta e me ne andai come una locomotiva fumante. lenta e inesorabile. appena fuori dalla sala l’uomo nero mi diede una giacca di pelle uguale alla sua. anche se non aveva faccia scommisi che stesse ridendo. salimmo sul jet.
appena partimmo la base sembrò frantumarsi in miliardi di pezzi di vetro. le nuvole si aprirono e lasciarono entrare il nuovo messia.
Appena sceso una folla di pezzi di carne avvampata mi diede saluto e chiese il mio nome.
Salito su un monolite al centro della piazza urlai alla folla:
“smettetela di rompere le palle! da oggi vi arbitrate da soli.
Il mio nome è Chaos”

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