Racconti dell’ora tarda

Novembre 19, 2006

Il mostro d’arte

Archiviato in: Quelli della notte — blackix @ 11:02 pm

Che tristezza quel tipo con la giacca rossa. Vuole farsi notare maschio, imprevedibile, mentre ostenta pavida insufficienza di carisma. Lo osservo dal mio angolo oscuro mentre nessuno mi nota. Ci sono tanti di quei quadri di merda che potrei prendere questo calice di pessimo prosecco, spaccarlo sul muro e squarciare queste che sembrano mutande sporche appese.
Mentre divago una signorina che ride mi passa davanti e osservo, al suo passaggio, che ha il buco del culo in evidenza a causa dell’eccessiva scollatura posteriore del  vestito. Mi avvicino:
“Scusi signorina ma…le si vede il buco del culo sa?”
Mi piacerebbe vedere che faccia ho mentre glie le dico. Forse sto ridendo. Sto ridendo? Non so. Mi sento contratto. Sento un pianto in gola soffocato. Lei si mette le mani sul culo di botto, sbotta e corre via.
La seguo con lo sguardo perchè avrei voglia di incularla davanti a tutti.
Faccio due passi nella sua direzione poi mi fermo e mi guardo intorno. Nella vita ho delle regole. Una di queste è cercare di non finire mai al centro geometrico di una stanza piena di gente. Soprattutto gente come questa. Questa gente non ha, difatti, nessun merito. Ci sono i falegnami che lavorano il legno, i meccanici che aggiustano i motori e i salumieri che vendono salumi e non solo. Poi ci sono gli avvocati che proteggono i mafiosi, i criminali, i ricchi. I grossi  imprenditori che…im-prendono? No. Al massimo in-culano qualcuno. E diventano ricchi. E infine ci sono i ricchi. I ricchi fanno i ricchi e, soprattutto negli ambienti artistici e snob i maschi ricchi evolvono in ricchi-oni perchè sarebbe troppo facile scoparsi una figa che di lavoro fà pompini per l’appunto a ricchi e potenti.
Vi chiederete che cazzo ci faccia una mezzasega come me nel suddetto contesto?
Francamente non lo so. Alla fine si entra gratis e puoi fare sempre finta di aver dimenticato l’invito se hai del carisma.
Per esempio al tipo all’ingresso ho chiesto con aria sufficiente: “Sono arrivati già tutti?” “Si”, “Mi devi annunciare?” “No signore..” e ride.” Meglio perchè a me sta gente stà sulle palle. Però compra i miei quadri e glie ne sono grato. Ti porto un bicchierino dopo” e ammiccai.
Mi ha fatto entrare come se fossi la regina di Inghilterra.
Sapete di cosa ho voglia ora? Di fumare. Mi metto a bordo camera di nuovo. Dove cazzo ho messo l’accendino?
“Scusa bello, mi fai accendere?”
“Ma non si può di fatto fumare qui, Signor…”
30 anni. Uomo, bianco, tutto vestito di bianco intendo, con tanto di foulard rosa e rosso. Frocio da fare vomitare. Gli chiedo se  fuma. E lui:
“Beh, non nascondo che di tanto in tanto adoro boccheggiare del tabacco indiano…”
“Perchè non vieni a fumarti una marlboro fuori bello?”
Il mio machismo lo rende inerme per tutti i pensieri di sodomizzazione e le pompe che gli ispirava.
Viene. Il fesso viene, cazzo!
Usciamo dalla sala mentre lui saluta tutti molto più effeminatamente di come farebbe qualsiasi donna. Io sto passando sicuramente per il suo stallone serale.
Un lungo e vuoto corridoio ci porta verso l’uscita, ma lui mi fa:
“Guarda! guarda quei due lì sulla scaletta come si stanno divertendo alla faccia nostra…” e ridacchia.
Una tipa stava spompinando un ciccione col frac su una scaletta.
Mi chiede se mi piacciono quelle cose lì. Però lo fa timidamente. Mi piace perchè mi intenerisce.
Gli prendo una mano e gli chiedo di venire con me. Saliamo le scale,  mi faccio largo tra l’aspiratrice e il ciccione. Arrivo al primo piano in un lungo corridoio. Non c’è nessuno. Mi appoggio ad una parete. Mi slaccio il pantalone e dico:”Adesso ciucciamelo!” Lui mi guarda e avvia la pratica maliziosamente e con perizia. Alla mia sinistra c’è un tavolo. Sopra il tavolo una bella penna di metallo  legata ad una catena dorata. A cazzo ancora moscio avvicino la mano alla penna. Lui si dà da fare parecchio ma non sono concentrato. Gli dico di fare piano poi prendo la penna in mano. Non arriva alla sua testa. Allora raccolgo tutte le mie forze e la tiro via con la catena dall’anellino attaccato al muro e glie la infilo dritto dritto nel cranio. Fino a metà. Senza il minimo sforzo. L’impulso omicida è una sensazione paragonabile a quella di un arco da tiro. Sempre un pò teso a un certo punto si flette, resiste un pò, poi non ce la fà più e cerca di tornare scarico. A un certo punto lo fa con o senza la volontà dell’arciere tremante. Ti senti così. Io mi sento così. Mentre lo vedo zampillare sangue immobile tra le mie gambe penso di essere più rilassato. Più vivo. Gli dò un calcio. Mi accendo una sigaretta e me ne vado verso il fondo buio del corridoio.  Camminando la tensione ritorna. Anzi aumenta.
Nel buio di quel lungo e barocco corridoio vedo una luce gialla provenire da una stanza laterale. Il silenzio è totale. Un mugulio. Entro e c’è un uomo di spalle. E’ un immenso pallone di merda. Credo stia cercando di infilare il suo cazzetto nel culo di un ragazzetto a pecora su un tavolo, legato e imbavagliato. Quando si accorge di me è troppo tardi. Ho trovato in quella stanza lo strumento migliore in assoluto per uccidere qualcuno. Un paletto di ferro. Dicono che percuotere con un bastone qualcosa di morbido aiuti a scaricare lo stress. Gli dò una bottarella sui fianchi. Lui si torce, si gira con una faccia da porco spaventato e gli apro la testa in due parti con un colpo frontale. Riesco addirittura a fargli dondolare gli occhi in maniera simmetrica. Diosanto che liberazione poi, picchiare duro sul suo corpo ancora morbido!
Mi ricompongo. Butto la mazza. Tolgo il bavaglio al ragazzetto che mi accorgo non essere proprio un ragazzetto. E’ uno degli invitati alla festa. Un finocchio di quelli che non gli cresce neanche la barba per quanto progesterone ci hanno. Avrà 23 anni. Senza bavaglio ha una terribile e fastidiosa voce da finocchio. Piange e urla di disperazione dicendo che stavano solo giocando. Gli rimetto il bavaglio vado dietro di lui, riprendo il paletto e glie lo ficco nel culo usando un librone come martello. Arrivo a una trentina di centimetri poi mi fermo quando mi accorgo che mi sta schizzando sangue dal buco del culo addosso. Penso allo schifo. C’è una finestra. Primo piano. Dà su un giardino. Prima di buttarmi mi guardo le spalle e vedo un macello di carne e sangue. Penso di nuovo allo schifo ma non lo provo. Mi butto giù. C’è anche una bella fontana. Mi ci vado a buttare. Non c’è nessuno. Mi lavo per bene e, tutto bagnato, esco e mi strizzo i vestiti da nudo. Non è bene farlo a novembre, lo devo tenere presente per la prossima volta. Mi rivesto dei vestiti bagnati e fradici, imbocco una stradina nel giardino che porta in mezzo a grossi alberi neri e scompaio nella notte ridendo e sfumacchiando. Che schifo però.

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