Racconti dell’ora tarda

luglio 19, 2010

Il ciccione

Filed under: Quelli micidiali — blackix @ 11:50 am

Era il 7 Luglio di un anno penoso e Claudio Buggi era il peggior impiegato della storia. Ma era raccomandato. Tutti volevano fargli il culo, a Claudio. Era un ufficio di piccoli uomini e piccole donne. Giacche, cravatte, camicie inamidate, gonne fino alle caviglie, occhiali. Tutti avevano gli occhiali. Tutti tranne Claudio. Questo zio gli aveva procurato il posto fisso all’età di 40 anni. Ne erano passati appena due e Claudio, come dal secondo giorno in poi, indossava una camicia a manica corta vinaccia aperta sulla pancia, bermuda di cotone bianchi, barba di 10 giorni, capelli inumiditi nel lavandino del cesso dell’ufficio.
C’era solo una cosa che Claudio non poteva permettersi di fare in quell’ufficio. Lo zio glielo aveva detto esplicitamente: “Quella lì è gente con le cravatte, con i vestiti stirati. Sono tutti pazzi, capisci? Tu fai pure come ti pare ma solo ad una cosa devi stare attento. Dovrai indossare SEMPRE le scarpe. Non entrare in quell’ufficio del cazzo con delle ciabatte o dei sandali. Quelli lì, se sentiranno puzza di piedi, ti prenderanno e ti mangeranno le cervella. Claudio, guardami cazzo. Non scherzo.” “Va bene.”
Claudio non infranse mai la regola delle scarpe. Tranne quella mattina.
Aveva dei sandali, tipo quelli di legno con la cintina bianca e la fibbia color ottone ossidato. Il bianco della fibbia era ingiallito dall’usura. Si vedevano queste dita dei piedi sgraziate, con unghie nere e macchie di unto.
Claudio si accomodò dietro alla scrivania, prese una sigaretta dal suo cassettino chiuso a chiave e stese i piedi sorridendo beato.
Aspettava rotture da un momento all’altro. In fondo le stava cercando. Voleva sfidare il potere della sua raccomandazione o, forse, voleva vedere se era capace di intimorire i colleghi. Voleva far vedere di essere un duro. Ecco che arrivava la prima. Melania Pizzelli. Solo un nome senza faccia.
“Buggi…mi fai così schifo che la merda mi sembra meglio. Ecco cosa farei: ti farei affogare nella merda. Forse tu, nella merda ti ci fai davvero il bagno….”
“Ok Pizzelli. Afferrato. La prossima volta prova a chiedermelo con gentilezza e potrei accontentarti”
“Cosa?”
“Di succhiarmelo.”
Dimenò un pugno in aria esausta, pronta a sferrarlo sulla faccia macinata di Claudio. Poi se ne andò.
Dieci minuti dopo arrivò il caporeparto. Gelsomina Presti. Aveva una lunga faccia da cavallo. Denti enormi e occhi piccoli e malvagi, nascosti da una montatura allungata ai bordi di colore rosso carminio.
“Ho una sorpresa per te caro Buggi…”
“Sto lavorando duro qui, non ho bisogno di rotture di palle.”
“Oggi, il tuo comportamento, deprecabile e proibito, è coinciso con quello di un altra stella del nostro firmamento aziendale. Così noi dell’ufficio ordini, in accordo con i ragazzi del piano di su, ufficio contestazioni, abbiamo deciso di raccogliere questi due gioielli e farli lavorare di concerto. Sei contento Buggi?”
“No.”
Aveva tette dure e sode, il culo e le gambe erano, invece, deformi vasi di letame e capillari.
“Ecco il tuo compagno di lavoro: ti presento Aldo Calzi! Lavorerete fino alle 22 per recuperare il lavoro perso. Uno di fronte all’altro. D.a. s.o.l.i., noi andremo tutti in amministrazione oggi, c’è l’aria condizionata lì. Un’ultima cosa…il primo che stacca il culo dalla sedia, anche per pisciare, viene trasferito con effetto immediato al magazzino cartoleria giù al -1 per un anno intero. Buon lavoro. “
Aldo Calzi era un essere davvero ignobile. Aveva tutti i problemi del mondo eppure non muoveva a compassione. Era un enorme e prepotente balena. Pesava più di 200 Kg per 170 cm di altezza. Andava a lavorare con delle canottiere bianche. Aveva pantaloncini di cotone celeste macchiati di sperma davanti, e di merda dietro. Aveva le calze. Calze grigie di spugna, con dei sandali da tedesco. Aveva i capelli unti e spettinati, un faccione glabro con questa espressione da maiale sporco e affamato.
Entrò faticosamente dalla porta. Ansimando per lo sforzo. Si era messo un mazzetto di pratiche tra il culo e il pantaloncino così da avere le mani libere per poter fare uno spuntino di patatine fritte alle 9.30 del mattino. Non guardò in faccia Claudio finchè non si accomodò sulla sedia posta di fronte alla sua facendo un rumore infernale, sbuffando e bestemmiando. Appena sedutosi guardò fisso negli occhi Claudio per qualche momento con lo sguardo perso nel vuoto. Poi, finalmente, riuscì a tirar fuori un rutto proteso per più di 5 secondi che, evidentemente, gli stava impedendo di respirare. Un puzzo terribile diffuse da quella latrina unta e cosparsa di residui di patatine.
“Porco cazzo merdoso di un giuda cazzoso di una merda fitosa…” esclamò Calzi rovistando sulla scrivania alla ricerca delle carte che aveva infilate nel pantaloncino.
“Se cerchi le carte, te le ho viste uscire dal buco del culo prima.”
Si sentiva una puzza tremenda. Ogni secrezione umana può avere un odore sgradevole. Quelle di Aldo Calzi erano le secrezioni più rivoltanti della storia di questa infelice e meschina umanità. Ogni parte del suo corpo era una sorgente sgorgante fetore. Le mani persino. Non erano mani. Erano due cotechini con attaccati dieci piccoli wurstel andati a male.
“Stronzo. Fatti i cazzi tuoi tu. Capito? Capito stronzone? Capito ricchione stronzone frocione? OH! OH! OH! cazzo. OH! merda di cazzo…” intimò Calzi sbattendo le ciglia a ritmo di turpiloquio. Poi scorreggiò e l’ambiente iniziò a cambiare colore.
Il Calzi stava allungando la distanza. Stava vincendo quella tediosa e meschina competizione a chi dovesse staccare per ultimo il culo dalla sedia. Buggi era, nel suo piccolo, un essere privo di ambizioni, un puttaniere, un uomo dalla scarsa igiene personale, un alcolista, un nichilista persino, ma aveva intelligenza e umorismo. Non meritava una ingiuriosa sconfitta. Non da Calzi almeno.
Calzi, invece, era, al di là di tutto il resto, un idiota di rara specie. Un vero ippopotamo senza un briciolo di cervello ne anima, oltrechè un individuo pieno di pregiudizi e discriminazioni.
“Hanno fatto caporeparto a Michele Scialinoi. Ma ti rendi conto porco cazzo merdoso di merda? Quello è ebreo! Quello ci fotte a tutti quanti, merda merdosa! E tu? che cazzo di guardi? Oh! OH!!” oppure “Ieri volevo chiavare. Allora ho chiamato una mia amica e l’ho fatta venire a casa. Solo che quando è venuta a casa non mi ricordavo che era negra! Quella puttanazza marcia di una negra! Porco di quel cazzo negro ebreo merdoso di merda nera!!! C’ho detto di andare a farsi bruciare viva dentro alla roulotte con gli zingari pure…”
Stava diventando insostenibile. Il ragazzone ruttava e scoreggiava di continuo. Parlava sentenziando su tutto e tutti. Era devastante. Così Buggi stava prendendo tempo per riflettere. Vedeva, in lontananza, la gente che li spiava da altri uffici. La gente che godeva di quanto stesse avvenendo. Così, su due piedi, decise di minacciare di morte il suo collega.
“Alle 22 usciamo di qui. Sarà buio, così io scomparirò nella notte. Quando starai per aprire la porta di casa ti troverai con la gola tagliata, pezzo di merda. Ti farò uscire la merda dal collo. Ti squarterò come un maiale! Ti…”
“OH! OH! cazzo di porca puttana di merda!! Se non mi fai lavorare mò ti caco sulla scrivania. vuoi vedere? vuoi vedere? Tengo già tre quattro chili di merda pronti a menarteli in faccia! Devi starti zitto sennò finisci male tu! Io tengo gli amici che ti vengono a rubare dentro a casa e si fottono pure a tua moglie. Hai CAPITO RICCHIONE?”
La tecnica della minaccia di morte non poteva funzionare. Era privo di ogni attaccamento alla vita. Ma c’era un punto ignoto. I suoi pregiudizi, le sue paure. Così Buggi tentò un attacco diverso.
“L’altro ieri, sabato, sono andato di nuovo al Panama. C’era una serata coi fiocchi. Appena entro vado da Sylvester, il proprietario, e gli faccio: – Hey silvestro, c’è qualcosa per me stasera? Qualche bocconcino?- E lui: -Ci ho un trentenne tondetto come piace a te. E’ venuto per vedere lo strip dei Micio Men. E’ arrapato duro! Acchiappalo prima che se lo prenda qualcun altro.- Allora vado sotto alla pedana e mi avvicino a questo dolce ragazzone. Pesava oltre i 180 ed era una delizia! Questo faccino imbronciato, queste manone sempre a pescare qualcosa da mangiare in giro…un bignè!” Esclamò Buggi con fare vertiginosamente effeminato. Il collega non interrompeva, ma sudava ed era in imbarazzo. Era stato colpito in un punto molle.
“…allora gli metto una mano sulla spalla e gli faccio: -Hey ciccetto, ti va di fare un giro nel privè? Ci ho un cazzo enorme, io! Ti sfamo per 2 mesi sai?- allora lui mi guarda il pacco e gli esce un rivolo di saliva. Era eccitato duro e io anche. Siamo andati nel privè e lo sai cosa mi ha fatto?”
A quel punto Calzi era bianco, guardava nervosamente i fogli senza capirci niente. Stava scoppiando. Non sopportava neanche la sola parola: Frocio. Lo mandava in tilt. Prese coraggio ed esclamò con rabbia spezzando la voce:
“Ricchione di merda smerdato! ti chiamo i miei amici e ti faccio aprire in due eppoi…” e Buggi: “Eh! Magaaari!”
Nel frattempo iniziò a fare piedino e continuò sulla riga di prima: “…ti dicevo. Nel privè me lo tiro di fuori e lui hai capito cosa fa? Scommetto che lo stai già pregustando…” A quel punto il piede calloso di Buggi finì per tangere l’interno coscia di Calzi che sobbalzò in preda al panico, come se fosse stato punto da una vespa sui coglioni.
L’obeso prese ad urlare ossessivamente e a piagnucolare:”….il ricchione inculato. Mi vuole inculare!!! venite tutti! Ho vinto io! Ho vinto io!” era in piedi distante un metro dal tavolo.
Come di incanto comparve la Presti. “Calzi, da oggi sei in magazzino per 12 mesi.”
“Ma questo è ricchione, mica è colpa mia che a me mi piacciono le femminone! Io voglio stare da sopra! Dentro dell’ufficio!” Piagnucolava come una femminuccia. Buggi ci aveva preso nel segno ed era soddisfatto del suo operato. Poi guardò la Presti e attese, come una specie di ricompensa per il lavoro svolto.
La donna lo guardò rilassata. Dopo un pò esclamò, con la voce rotta dall’emozione: “Buggi, sei licenziato! vai fuori dalle palle, finalmente tuo zio ha acconsentito”
Buggi si indispettì. Tirò fuori un esteso dizionario di espressioni facciali contrite e di sfida. Poi prese tutte le sue cose dai cassetti chiusi a chiave: sigarette, accendini rubati, matite e penne, un fermacarte a forma di culo, una bottiglia di vino da 2 euro, degli spiccioli rubati alla macchina del caffè, e le mise in una busta di plastica. Si accese una sigaretta, si grattò il culo e uscì dalla porta lasciandosi alle spalle un fragoroso applauso e Aldo Calzi che rideva e scoreggiava e imprecava contro.
Fuori dall’edificio guardò il palazzo. Gli venne un conato. Guardò l’ora, erano le 18. Controllò di avere dei soldi. E andò al Panama.

settembre 24, 2008

autunno precoce

Filed under: Quelli della notte — blackix @ 9:39 pm

autunno.
arriva e mi ammalo. consequenziale come l’ingiallimento dell’albero fuori dalla finestra della mia nuova casa.
solitudine.
il mac, una bella piantana a luce soffusa e musica, musica tutto il tempo. musica triste, musica per solitari. leggo, poi mi vengono delle idee. mi piacerebbe fare dei quadri. dei quadri astratti come la forma dei miei pensieri. vaghi. bei colori. superficiali. linee dritte e forme nuove. poi penso che i colori puzzano e non ho spazio per dipingere.
il primo freddo ti fa sentire calmo e inquieto. il freddo che mi porta da benetton a comprare una sciarpa nera. la commessa la srotola e mi accorgo che è grande quanto un lenzuolo. lo penso ad alta voce e la commessa mi chiede sgarbatamente se la voglio ancora. “E’ perfetta, la prendo”
non mi ero mai reso conto di quanti coglioni ci fossero in questa città. questo quartiere non è così fornito di giovani studenti. vecchi perlopiù. alcuni stronzi e bavosi. altri simpatici e garbati. poi ci sono i maragli mediani. 35-55. macchine grosse e rumorose, pantaloni arancio, camicie a rigoni, capelli unti.
in questo quartiere non ci sono i piccoli salumieri. non c’è nessun commesso che rivedi il giorno dopo. ipercoop, iperferramenta, ipermercati a vanvera per gente che ha bisogno di 1/5 di quello che compra. così ti senti iperalienato.
paradiso è la casa, la mia casa verde, blu gialla e rossa. mi capita di camminare su e giù tra la cucina e la camera da letto. cammino e mi faccio contaminare dai diversi ambienti. la cucina è allegra, solare, accogliente. La mia cucina vorrebbe impedirmi di dormire ma io ci dormo lo stesso. l’ingresso è buffo, color puffo. La gente che ci entra per la prima volta fa tutta la stessa faccia sorpresa e un pò spaesata. Mi piace l’effetto sorpresa. Poi si abitua e dice che all’inizio l’ingresso aveva fatto uno strano effetto.
La camera è rilassante, tutta betulla, rovere e verde in due tonalità. minimale, spaziosa riflessiva.
così fuori dalla finestra succede che qualcuno si lamenti che faccia troppo freddo per un fine settembre, qualche foglia anche si lamenta e ingiallisce. poi cade. e magari mi entra in camera quando, di mattina, mi concedo il primo respiro della giornata aprendo le finestre.
Paura.

da solo, a volte, penso alla morte. penso a qualche malattia. penso che potrei non farcela a superare la notte. o peggio di morire di qui a un anno. poi mi chiedo se sto bene. sto bene? dai, forse stai bene. goditela ancora un pò. non fare il coglione. e tiro avanti. con la faccia tirata. mai davvero rilassata. tranne in autunno, quando la gente rallenta perchè capisce che non serve a niente correre, urlare e ridere a crepapelle. A me piace ridere piano e dire stronzate a bassa voce.

febbraio 4, 2008

La fortezza

Filed under: Quelli micidiali — blackix @ 11:21 am

Animo amico mio.
Animo!

La sabbia grigia, il vento la sparge a granelli finissimi sul tuo corpo.
Due dita e, tra loro, un calice lunghissimo di puro cristallo.
Piccola stecca assassina tra pollice e indice nell’altra mano.
Quest’ultima brucia.
Lentamente brucia e il fumo non è che aria nell’aria.

Davanti a te, amico mio, pulsare infinito di onde.
Non averne paura.
E’ vero, ti inghiottiranno in questo piccolo mare rabbioso
ma sento che potrai respirare lì sotto.

Cerca il confine al di là dell’ultima increspatura di questo oceano livido.
Lo vedi?
E’ quel castello nero di cui si scorgono i bui torrioni e l’immenso ponte levatoio.
e’ lì che andrai amico mio, lì.

Il tuo greve e nero passo verso il confine,
passando per la tempesta.

luglio 21, 2007

toglietemi tutto, ma non il mio sangue

Filed under: Quelli micidiali — blackix @ 10:56 am

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Posso pensare a mille modi di morire ma non a un solo modo di vivere             soddisfacente. a questo mi è venuto da pensare mentre ero in attesa che mi spillassero uno spruzzo di sangue dal braccio. La gente triste intorno. Io non lo ero. I luoghi addetti alla sanità non mi rendono triste. Però mi fanno ansia e l’ansia è una merda. Così il sottile corridoio a 10 porte numerate lasciava spazio a innumerevoli pensieri. Tutti noi, prelevandi, eravamo come mucche in attesa del fattore.Porta aperta. ”Saracino?” – ” Si, eccomi.” Mi alzai come se fossi davvero malato. perchè fare la parte, mi chiesi senza darmi risposta. “Saracino lei ha paura?” E’ una domanda troppo confidenziale. Mi tirò via quel poco di roba rossa, mi mise una  benda e mi mandò a fare colazione benedicendomi. 

Entrai in un bar di vecchi. Ce n’era una dozzina. Farfugliavano dolcemente. Adoro le persone anziane, mi danno la calma interiore. facendo la fila esternai un’espressione troppo rilassata così subito uno di loro se ne approfittò come un gibbone nella savana: “Zovanotto c’ero prima io!!” “Prego prego… ”  Siamo cani randagi intorno a un pezzo di carne avvelenata.  Mi sedetti, caffè, giornale, tranquillità e un pò di noia. Colpo in canna intestinale. 

 Tornai in questa tristissima casa. Parlare di disordine non era una buona idea essendo un concetto ormai superato e demodè in rapporto al livello raggiunto di entropia. La scrivania sembrava una cimelio nazista. Necessitava di una targa sotto recitante: “Scrivania del fuhrer prima della disfatta nazista”.  A volte non capisco il motivo di tanto odio verso me stesso. Comunque mi precipitai sul computer per osservare con rimpianto la ordinatissima scrivania del mio computer. Le icone tutte affilate, ogni cosa al suo posto, migliaia di pagine che stavano dentro un disegnino invece che impossessarsi persino dello spazio dove solitamente appoggio i gomiti. ” Che bella cosa la tecnologia!” esclamai facendo uscire un sibilo dal naso e una voce roca e stonata dalla gola. “receive mail” click! un bellissimo numero uno in bianco su sfondo rosso mi disse che c’era una mail. Era del proprietario di casa. Voleva 250 euro in più quel bastardo per spese varie e, a mio parere, superflue. I proprietari di casa ereditari sono notoriamente dei figli di puttana. percepiscono un ottimo stipendio senza fare nè aver mai fatto un cazzo. Se fossi al governo li tasserei più di qualsiasi altro riccone. Navigando mi imbattei in un blog che parlava della mia città. Diceva che la mia città era come una moglie bellissima ma dal carattere tremendo di cui, quando sei lontano, dimentichi il carattere e ti manca il corpo e quando ci sei dentro pensi che avresti fatto meglio a tenertelo nei pantaloni. Per quanto mi riguarda la mia città non mi manca quasi mai. E’ strano e orribile. Qualche tempo fa c’erano i miei ricordi, vivissimi ricordi di quando vivevo ancora li. Erano insopportabili e insostenibili. Poi il cuore si raffreddò d’un tratto e iniziai a vivere senza passato remoto. Diciamo al massimo qualche rimando al passato prossimo. Ci tornerò la settimana prossima per guarire da me stesso.

  La cosa più difficile da fare quando si cerca di fare qualcosa della propria vita è superare le debolezze. Le debolezze sono infinite. Il computer è una debolezza, le donne (gli uomini), l’alcool, camminare su e giù per la stanza, scaccolarsi ripetutamente, farsi le seghe (tintinnarsi il clitoride), guardarsi allo specchio per ore, cacare 4 volte al giorno, pensare di avere qualche malattia, pulire la casa come se fosse una sala operatoria ecc… Sono stato bravo nel citarne alcune che non mi appartengono.  Bravo, ma io ho una debolezza che le supera tutte. Ogni qual volta sento di “dover” fare una cosa particolare mi impegno per farne un’altra in maniera impeccabile. Adesso sto scrivendo perchè fra 3 giorni ho un esame di cui non so un atomo di cazzo, poi studierò le prime due bourreè di Bach per chitarra e poi ritoccherò delle foto. A un certo punto guarderò l’orologio in alto a destra del mio mac e farò finta di stupirmi dell’ora tarda.   

dicembre 8, 2006

Morte al paese

Filed under: Quelli micidiali — blackix @ 3:13 pm

Martino aveva una pancia rinsecchita, le palle degli occhi appena appoggiate alle scarne occhiaie e le ossa del corpo tutte in evidenza. Martino camminava tranquillo sulla sua strada preferita, col suo vestito preferito che gli stava addosso come una tenda appoggiata su un quadro e stava andando nel suo negozio preferito. La strada era vuota, nessun rumore e una impossibile leggerezza dei passi gli insinuò il dubbio di essere diventato sordo. Con evidente preoccupazione diede due colpi al terreno ben assestati e, allietato di averne percepito il suono stufo sul pavimento di asfalto, continuò il quotidiano peregrinaggio verso il negozio. D’un tratto scorse lo scuro mantello della morte attraversare furtivamente il suo sguardo e poi dissolversi in qualche ombroso anfratto. Potè sentire forte il battito del suo cuore mentre il passo diventava sempre più veloce e scomposto. D’un tratto il cielo vermiglio del tramonto decadde in un oscuro ed indefinibile tono purpureo, talmente scuro da impedirgli di vedere a un passo dai suoi stralunati occhi. Un gelido e tempestivo vento rosso, lo attraversò senza resistenza, come se fosse una rete da pesca e lo fece rabbrividire al punto da impedirgli di proseguire. Fermo, paralizzato dalla paura e dall’attesa di un evento orribile e definitivo, si lasciò cadere in ginocchio mantenendosi la testa tra le ossute mani. D’un tratto il vento calò e l’aria divenne tollerabile sulla sua pelle di marmo. Una voce di donna profonda e impassibile pervase il suo corpo tremante.

“Alza lo sguardo!”

Il povero martino alzò lo sguardo e vide la bella signora avvolta in panni neri e sottili, trasparenti. Aveva la faccia oscurata dal bendaggio che portava, che ne occludeva la vista come nascondesse un prezioso e temibile capolavoro. La morte regalò, attraverso i suoi bui veli, la vista dei suoi turgidi e prosperosi seni, dei suoi fianchi perfetti, delle sue gambe forti e pronte e del suo ventre accogliente. Martino fece per parlare ma le parole vennero ingoiate dalla paura e, ora, anche dall’eccitazione frustrante e impossibile che derivava da quella dionisiaca vista. La morte, dal canto suo, accennò a gesti provocatori e sensibilmente eccitanti. Martino sentì il suo stanco cuore pulsare gli ultimi tumulti scomposti per dare adito alla sua faticosa erezione, ma senza successo. Così l’ultimo colpo nel petto, un grido soffocato, si strinse a se come un riccio e morì con quella faccia risucchiata dalla sofferenza della sua iniqua vita. La vita non gli fu complice neanche nell’ultimo, fatale momento.

“Chiamate un medico, presto!” Dicevano le voci, prima divertite, adesso mestamente colpevoli e imbarazzate.

“Ci sei andata pesante, Barbara! E chi sarebbe sopravvissuto ad uno scherzo come questo?” Disse l’unico, spavaldo amico di Martino, irrompendo nel funereo silenzio. Con voce prima solenne poi, guardando il corpo contratto e la faccia stremata ma a suo modo buffa dell’amico, non resistì ad uno sbuffo ironico e contratto. Poi un altro, e qualcuno lo seguì, ne seguirono altri come singhiozzi in un teatro dell’assurdo e, alla fine, la fragorosa risata generale mentre l’ambulanza ricopriva quel tragico e rinsecchito corpo con un velo bianco. La folla si allontanò, divertita mentre il corpo giaceva ancora lì, con quel lenzuolo bianco, che sembrava nascondere un esile figura di legno.

novembre 19, 2006

Venga Caos e non rompete le palle…

Filed under: Quelli micidiali — blackix @ 11:03 pm

Scorre come acido sulle palle quella sensazione di fastidio per il corpo. La pelle che vorrei scoppiasse e tirasse fuori una creatura splendida e nuova, mai inventata prima. Sono al centro di una turbina grande quanto manhattan che continua a centrifugare anime intorno a me. Io nel suo cuore e il rumore più assordante mai sentito da uomo che squaglia i timpani, polverizza gli occhi e mi fracassa le costole mentre il cuore pare uscirmi dal buco del culo. Se solo qualche angelo potesse sentire quanto forte io stia urlando AIUTO! Nessun figlio di puttana del cielo scende a darmi nemmeno dei tappi per le orecchie. Nè qualche angelo ossobuco nè qualche povero dio senza troppi fan. Gli dei hanno paura della terra. Preferiscono tirare aperitivi su giove e saturno piuttosto che salvare questa inutile palla celeste. Va bene cazzo, mi vendicherò.
Così morii.
Qualche epoca dopo o prima venni tirato via dalla passera di una ciabatta 50enne senza troppe pretese. La vidi vecchia e morta appena uscii dal suo inaccogliente corpo. Appena uscito sputai un pò di merda insanguinata e mi diedi subito da fare per mangiare e bere qualcosa. qualche anno dopo sgozzai un tipo fuori da un locale perchè ero incazzato. per fortuna non c’era polizia in quell’epoca. Al bar mi offrirono un paio di scotch perchè mi calmassi. non mi calmai e iniziai a sfregiarmi la faccia e le mani. per fortuna alle donne non piacciono i tipi sfreggiati. Così quando avevo voglia di qualche grammo di figa me la andavo a comprare. Le ammazzavo quasi tutte dopo l’uso.
Una mattina mentre dormivo il mio cane Negraccio mi svegliò leccandomi le palle. Aveva qualcosa da dirmi. C’era un tipo pieno di pelle nera e senza faccia in piedi davanti a me. Mi chiese di vestirmi e di seguirlo. Ubbidii per via del suo charme ipnotico. Mi portò nel suo jet privato parcheggiato sotto casa. Decollammo e andammo oltre le nuvole. C’era una stazione orbitante poco oltre l’atmosfera. Scendemmo. Dopo l’angar c’era un bellissimo salottino d’attesa. C’era un frigobar agganciato a terra per via della ridotta gravità. Iniziai a ingoiare tutto il liquido potessi caricare nell’attesa. A un certo punto il dannato uomo nero mi tirò su per ilbavero e mi chiese rispetto per le eminenze. Vuoi vedere che siamo arrivati a casa di quei figli di puttana degli dei? Realizzai essere così quanto vidi un poster degli Impaled Nazaren sul muro dell’ufficio dove entrammo dopo. C’erano 3 uomini e 3 donne nudi e, nonstante questo, molto più alti di me, seduti in circolo con delle pettinature oltraggiose. Mi sedetti su un trono a me dedicato.
“tu sei l’esempio del male per il male. il male che diventa inconsapevolezza della vita e della morte. abbiamo una proposta da farti.”
scrutai gli occhi purpurei di quella fichissima donna gigante. Poi tirai fuori una bottiglia che avevo nascosto nelle mutande e che l’uomo nero non poteva vedere. Il silenzio assoluto veniva stuprato da quel rumore fastidioso delle mie labbra schioppettanti sul collo della bottiglietta e il progressivo rimpinzarsi dello stomaco di quell’adorabile liquore islandese.
“tu ci aiuterai nelle faccende demografiche. devi mantenere molto basso il numero di quei fastidiosi e pretenziosi umani.”
guardai la mia faccia riflessa su un sontuoso e lucidissimo pavimento di cristallo trasparente. si vedeva bene, attraverso le nuvole, quel piccolo cancro nero nel mare che era la mia nazione. la mia faccia era bellissima, increspata come le onde del mare la mia fronte, e contratta come un forziere la mia bocca. Aprii il forziere:
“Voi siete creatori del venerdì sera. fumettisti ciechi. scrittori senza vita. manipolate il tempo perchè per voi non ha significato. io sono la salvezza per quello che sono. sono una candela in una bufera e decido le mie possibilità in un mare di vincoli. mi chiedete di servirvi senza pensare al fatto che avete già sbagliato una volta in una delle infinite parentesi temporali che avete voi stessi creato. vi siete divertiti a farmi morire senza pace. senza pace sono tornato. e ho memoria di voi e di me stesso prima di nascere in questa inadeguata forma. Adesso sono qui a raccogliere ammirazione e rispetto mentre penso di essere, tutto sommato, molto meglio di voi tutti.”
Mi alzai, mi avvicinai alla più figa delle dee, le carezzai il gigantesco volto marmoreo e sfiorai i suoi seni senza dare troppo nell’occhio. diedi le spalle al consiglio. feci due passi. vidi l’uomo nero fare si con la testa. mi fece vedere un pacchettino di sigarette. e gli dissi:
“dammi una sigaretta”
ubbidì davanti agli immobili creatori. accesi la sigaretta e me ne andai come una locomotiva fumante. lenta e inesorabile. appena fuori dalla sala l’uomo nero mi diede una giacca di pelle uguale alla sua. anche se non aveva faccia scommisi che stesse ridendo. salimmo sul jet.
appena partimmo la base sembrò frantumarsi in miliardi di pezzi di vetro. le nuvole si aprirono e lasciarono entrare il nuovo messia.
Appena sceso una folla di pezzi di carne avvampata mi diede saluto e chiese il mio nome.
Salito su un monolite al centro della piazza urlai alla folla:
“smettetela di rompere le palle! da oggi vi arbitrate da soli.
Il mio nome è Chaos”

Smaschero una formica

Filed under: Quelli del dopolavoro — blackix @ 11:02 pm

mi smaschero ora. io sono un ragazzo anormale. mi chiamo alessandro. ho qualche personalità di troppo, bevo come un campo di mais in inghilterra, mi tengo nonostante tutto piuttosto in forma e ho diversi interessi. uno per personalità. mi piacciono le cose piccole e tecnologiche, come i cellulari, anche se mi rendo conto essere una passione senza molto senso nè tornaconto. mi piacciono molto le donne, alle quali risulto facilmente e banalmente antipatico, ostile, presuntuoso, depravato e tutte le accezioni negative all’essere maschio che possano provenire da una donna. mi calzano a pennello. ma calzano solo a quella personalità che, timida e impacciata, si mostra alle donne con un’altra personalità. quella dello stronzo. per inciso sono stronzo. sono anche molto molto cinico, ambiguo e, come direbbero gli inglesi, unpopular(testa di cazzo). sapete, a proposito di cinismo, non mi frega un cazzo che leggiate queste righe. le scrivo per guarirmi. se vi siete rotti le palle di leggere semplicemente…piantatela e andate a scopare se potete. devo guarire da questo indefinibile senso di superiorità e distacco dal reale. come fare? il fatto è che io amo il reale. ma solo perchè ho delle allucinazioni costanti e in più vedo le cose sempre da un profilo diverso. il mondo è strano. il mondo corre con i valori della gente. valori assurdi, ma validi quanto i miei. l’islam, i soldi, la figa, il potere ,la famiglia, la comicità, internet e avere un cazzo come rocco siffredi. valori comuni. non i miei. io ho dei valori, ma questi cambiano ogni giorno e talvolta ogni manciata di minuti. tuttavia ci sono valori che non prendo più in considerazione come validi. cambiare ottica mi ha aiutato e mi aiuta tuttora a formare delle sicurezze basate sulla negazione di quello che ho provato non funzionare su di me. per esempio la religione. alla religione non credo più. non sto parlando di dio. parlo di quella idiozia della religione. alla fine, dopo un pò di esperienze, ho capito che la religione e quindi le religioni sono come credere alle favole di gianni rodari, a babbo natale, alla pensione, all’immortalità, agli alieni, alla felicità eterna. mi chiedo come si faccia a credere a qualcosa inventato dagli uomini che non sia dimostrabile e che perdipiù è stato inventato 1000, 2000 o 3000 anni fa. vi assicuro che c’è chi crede ancora alle divinità egizie, a thor, a zeus e a qualche altra becera rappresentazione illusiva dell’uomo che in terra non riesce mai a essere perfetto. sono convinto che se ci avessi la faccia di cazzo di un qualsiasi messia o predicatore potrei creare una nuova religione perchè ci sarebbe qualche coglione che mi seguirebbe. questo è un valore a cui credo moltissimo: la volubilità. chi dice di pensarla in un modo e solo in quello è evidentemente un coglione. lo dimostra il fatto che non si rende conto che le idee sono inconcrete e per questo qualsiasi inconcretezza è valida. le idee ma soprattutto GLI IDEALI sono la più grossa illusione dell’uomo. dicon bene i buddisti che le illusioni ci ammazzano. sono basate sull’ignoranza. chi non sa si illude. funziona così anche in amore, nel lavoro, nella vita in generale. disilludersi aiuta a vivere cent’anni come farsi i cazzi propri. ripuliamoci dunque dalle convinzioni inutili e cerchiamo di cambiare sempre prospettiva. tra l’altro questa pratica aumenta inesorabilmente uno dei valori nei quali credo assolutamente: l’empatia. l’empatia è l’energia che unisce gli atomi tra loro a fare molecole, le molecole tra loro a fare cellule, le cellule tra loro a fare gli esseri viventi, gli esseri viventi tra loro a scopare o a stare bene tra di loro nel caso in cui non possano scopare. vi piace di più chiamarlo amore? il fatto è che non è propriamente amore. l’amore può essere unidirezionale e non ricambiato. l’empatia è l’unione perfetta perchè parte dalla comune accettazione dell’identità dell’altro. io sono te ora e percepisco la mia identità essere la tua. questo ti avvicina a me e ti permette di fare lo stesso. avviene l’unione. nell’amore invece è l’illusione a guidare l’unione. solitamente succede che uno sta fermo e viene intenzionalmente infilato dall’altro. anche quando non gradito. poi c’è una serie di valori assurdi nei quali la gente davvero pare credere. la carriera è uno di questi. pensiamoci un attimo. che cazzo vuol dire fare carriera? la carriera è un riconoscimento di buon lavoro svolto che proviene da altre persone. gli esseri umani sono assolutamente privi di ogni buon senso, questo è evidente. fanno cose a cazzo, così tanto per farle, tanto perchè a un capo gli possa girare di stare in forma una mattina e di premiare qualche leccaculo. questo è il meccanismo della carriera. non ci sono misteri in questo progressivo e gratificante processo evolutivo. vieni selezionato perchè sei il migliore (leccaculo) del tuo ambiente di lavoro. questo non ti rende libero però perchè sotto sotto ti rendi conto che il tuo lavoro è scrivere migliaia di nomi in un database e farlo molto velocemente, o velocizzare il processo di avvolgimento della cartaigienica attorno a quegli inutilissimi cartoni cilindrici. non sei libero per quello che fai quindi, sei solo uno schiavo delle rate e del paraculaggio(farsi notare). non credo nel valore supremo della vita. la vita ha un ciclo standard, senza troppi misteri. nessuno è mai vissuto 200 anni nè tantomeno non è mai morto. ti fai i tuoi 70/80 anni e vai tranquillo con i tuoi vecchi. se te ne fai 30 è ok. non fa niente perchè siamo fatti per vivere ma anche per morire con la stessa importanza. le due cose sono ugualmente importanti. moriamo come delle formiche, investiti da un coglione che corre in macchina per arrivare puntuale a farsi inculare per 8 ore sul posto di lavoro. moriamo di cancro perchè fumiamo e abbiamo infarti da giovanissimi perchè facciamo delle vite di merda. ci piglia la cirrosi chè beviamo per divertirci e ci schiantiamo sui muri perchè siamo ubriachi. insomma, statisticamente siamo molto più fragili delle formichine perchè le formichine fanno la loro vita, breve ed intensa ma non fumano, non fottono con le povere nigeriane con l’aids, non si impasticcano per divertirsi. le formiche non si illudono di essere più importanti di quello che sono. fanno il loro sporco lavoro di raccogliere briciole e portarle a casa per l’inverno. faticano forte ma non lo fanno mica per fottere altre formiche. anzi. poi contente mangiano briciole di kinder delice quando fuori fa freddo, si fanno qualche scopatina se sono fortunate se no muoiono in pace. e le altre formichine banchettano. cazzo impariamo qualcosa dalla natura visto che ne facciamo parte. io scrivo ora e domani mi infossate 3 metri sotto terra a 26 anni. che vi frega a voi? niente infatti. poi muore il soldato in iraq e fate finta di piangere il patriota. azzo vi frega del militare che muore? siete solo incazzati di fare le guerre perchè vi siete incastrati nel meccanismo del potere. le formiche c’hanno il capo. le formiche lo rispettano il capo e senza obiezioni. ma il capo non fa mica lo stronzo. il capo si fa un culo così per tutta la comunità anzi, visto che è femmina, si fa inchiappettare tutta la vita per perpetuare la specie.
se capita a noi un capo donna ce la possiamo pure inchiappettare ma come risultato otterremo solo una rottura di cazzo in più. non perpetueremo la specie, non avremo fatto un atto di benevolenza nei suoi confronti nè nei nostri confronti. abbiamo svuotato il sacco che era bello gonfio e indovinate per colpa di chi?
abbiamo quindi solo reso il dovuto.
io non sono incazzato. sono disilluso quindi libero.
voi credete negli dei egizi o nel giudaismo? ci credete che sia meglio recidersi la cappella per essere felici? fatelo, se funziona fatemelo sapere.

Il mostro d’arte

Filed under: Quelli della notte — blackix @ 11:02 pm

Che tristezza quel tipo con la giacca rossa. Vuole farsi notare maschio, imprevedibile, mentre ostenta pavida insufficienza di carisma. Lo osservo dal mio angolo oscuro mentre nessuno mi nota. Ci sono tanti di quei quadri di merda che potrei prendere questo calice di pessimo prosecco, spaccarlo sul muro e squarciare queste che sembrano mutande sporche appese.
Mentre divago una signorina che ride mi passa davanti e osservo, al suo passaggio, che ha il buco del culo in evidenza a causa dell’eccessiva scollatura posteriore del  vestito. Mi avvicino:
“Scusi signorina ma…le si vede il buco del culo sa?”
Mi piacerebbe vedere che faccia ho mentre glie le dico. Forse sto ridendo. Sto ridendo? Non so. Mi sento contratto. Sento un pianto in gola soffocato. Lei si mette le mani sul culo di botto, sbotta e corre via.
La seguo con lo sguardo perchè avrei voglia di incularla davanti a tutti.
Faccio due passi nella sua direzione poi mi fermo e mi guardo intorno. Nella vita ho delle regole. Una di queste è cercare di non finire mai al centro geometrico di una stanza piena di gente. Soprattutto gente come questa. Questa gente non ha, difatti, nessun merito. Ci sono i falegnami che lavorano il legno, i meccanici che aggiustano i motori e i salumieri che vendono salumi e non solo. Poi ci sono gli avvocati che proteggono i mafiosi, i criminali, i ricchi. I grossi  imprenditori che…im-prendono? No. Al massimo in-culano qualcuno. E diventano ricchi. E infine ci sono i ricchi. I ricchi fanno i ricchi e, soprattutto negli ambienti artistici e snob i maschi ricchi evolvono in ricchi-oni perchè sarebbe troppo facile scoparsi una figa che di lavoro fà pompini per l’appunto a ricchi e potenti.
Vi chiederete che cazzo ci faccia una mezzasega come me nel suddetto contesto?
Francamente non lo so. Alla fine si entra gratis e puoi fare sempre finta di aver dimenticato l’invito se hai del carisma.
Per esempio al tipo all’ingresso ho chiesto con aria sufficiente: “Sono arrivati già tutti?” “Si”, “Mi devi annunciare?” “No signore..” e ride.” Meglio perchè a me sta gente stà sulle palle. Però compra i miei quadri e glie ne sono grato. Ti porto un bicchierino dopo” e ammiccai.
Mi ha fatto entrare come se fossi la regina di Inghilterra.
Sapete di cosa ho voglia ora? Di fumare. Mi metto a bordo camera di nuovo. Dove cazzo ho messo l’accendino?
“Scusa bello, mi fai accendere?”
“Ma non si può di fatto fumare qui, Signor…”
30 anni. Uomo, bianco, tutto vestito di bianco intendo, con tanto di foulard rosa e rosso. Frocio da fare vomitare. Gli chiedo se  fuma. E lui:
“Beh, non nascondo che di tanto in tanto adoro boccheggiare del tabacco indiano…”
“Perchè non vieni a fumarti una marlboro fuori bello?”
Il mio machismo lo rende inerme per tutti i pensieri di sodomizzazione e le pompe che gli ispirava.
Viene. Il fesso viene, cazzo!
Usciamo dalla sala mentre lui saluta tutti molto più effeminatamente di come farebbe qualsiasi donna. Io sto passando sicuramente per il suo stallone serale.
Un lungo e vuoto corridoio ci porta verso l’uscita, ma lui mi fa:
“Guarda! guarda quei due lì sulla scaletta come si stanno divertendo alla faccia nostra…” e ridacchia.
Una tipa stava spompinando un ciccione col frac su una scaletta.
Mi chiede se mi piacciono quelle cose lì. Però lo fa timidamente. Mi piace perchè mi intenerisce.
Gli prendo una mano e gli chiedo di venire con me. Saliamo le scale,  mi faccio largo tra l’aspiratrice e il ciccione. Arrivo al primo piano in un lungo corridoio. Non c’è nessuno. Mi appoggio ad una parete. Mi slaccio il pantalone e dico:”Adesso ciucciamelo!” Lui mi guarda e avvia la pratica maliziosamente e con perizia. Alla mia sinistra c’è un tavolo. Sopra il tavolo una bella penna di metallo  legata ad una catena dorata. A cazzo ancora moscio avvicino la mano alla penna. Lui si dà da fare parecchio ma non sono concentrato. Gli dico di fare piano poi prendo la penna in mano. Non arriva alla sua testa. Allora raccolgo tutte le mie forze e la tiro via con la catena dall’anellino attaccato al muro e glie la infilo dritto dritto nel cranio. Fino a metà. Senza il minimo sforzo. L’impulso omicida è una sensazione paragonabile a quella di un arco da tiro. Sempre un pò teso a un certo punto si flette, resiste un pò, poi non ce la fà più e cerca di tornare scarico. A un certo punto lo fa con o senza la volontà dell’arciere tremante. Ti senti così. Io mi sento così. Mentre lo vedo zampillare sangue immobile tra le mie gambe penso di essere più rilassato. Più vivo. Gli dò un calcio. Mi accendo una sigaretta e me ne vado verso il fondo buio del corridoio.  Camminando la tensione ritorna. Anzi aumenta.
Nel buio di quel lungo e barocco corridoio vedo una luce gialla provenire da una stanza laterale. Il silenzio è totale. Un mugulio. Entro e c’è un uomo di spalle. E’ un immenso pallone di merda. Credo stia cercando di infilare il suo cazzetto nel culo di un ragazzetto a pecora su un tavolo, legato e imbavagliato. Quando si accorge di me è troppo tardi. Ho trovato in quella stanza lo strumento migliore in assoluto per uccidere qualcuno. Un paletto di ferro. Dicono che percuotere con un bastone qualcosa di morbido aiuti a scaricare lo stress. Gli dò una bottarella sui fianchi. Lui si torce, si gira con una faccia da porco spaventato e gli apro la testa in due parti con un colpo frontale. Riesco addirittura a fargli dondolare gli occhi in maniera simmetrica. Diosanto che liberazione poi, picchiare duro sul suo corpo ancora morbido!
Mi ricompongo. Butto la mazza. Tolgo il bavaglio al ragazzetto che mi accorgo non essere proprio un ragazzetto. E’ uno degli invitati alla festa. Un finocchio di quelli che non gli cresce neanche la barba per quanto progesterone ci hanno. Avrà 23 anni. Senza bavaglio ha una terribile e fastidiosa voce da finocchio. Piange e urla di disperazione dicendo che stavano solo giocando. Gli rimetto il bavaglio vado dietro di lui, riprendo il paletto e glie lo ficco nel culo usando un librone come martello. Arrivo a una trentina di centimetri poi mi fermo quando mi accorgo che mi sta schizzando sangue dal buco del culo addosso. Penso allo schifo. C’è una finestra. Primo piano. Dà su un giardino. Prima di buttarmi mi guardo le spalle e vedo un macello di carne e sangue. Penso di nuovo allo schifo ma non lo provo. Mi butto giù. C’è anche una bella fontana. Mi ci vado a buttare. Non c’è nessuno. Mi lavo per bene e, tutto bagnato, esco e mi strizzo i vestiti da nudo. Non è bene farlo a novembre, lo devo tenere presente per la prossima volta. Mi rivesto dei vestiti bagnati e fradici, imbocco una stradina nel giardino che porta in mezzo a grossi alberi neri e scompaio nella notte ridendo e sfumacchiando. Che schifo però.

Amore e morte nel letto

Filed under: Quelli della notte — blackix @ 11:01 pm

Cammini su un cavallo d’acciaio col culo al caldo su una sella di pelle nera. L’aria si lamenta, fredda, sulla pelle. Poi ti lamenti tu, che fai il figo su una moto ma stai solo tornando a casa dopo aver guadagnato la mesta pagnotta, non buona, non bella, tutto sommato mediocre. Magari hai anche delle risposte nella testa, ma il rumore di fondo è industriale e menomante. Tutto quell’accidenti di ingranaggi difficili da sconquassare e neanche un attimo di semplice pace.
Siediti, rilassati, fatti una cenetta niente male.
Guardi la tv scavando il tuo piatto con la tua forchetta e bevendo birra di merda, ma nel tuo bicchiere.
Una telefonata, però, può scatenare l’inferno nella tua amabile routine. Può farti alzare bestemmiando dalla sedia mentre mangi, interrompere la tua attenzione rivolta metà al cibo metà al programma dei culi in tv e, raramente, farti addirittura emozionare. Il dialogo non ha senso. Prima una scusa, presto imbarazzo e sconclusionatezza. Domande ripetute decine di volte: “e quindi…che fai di bello?” o solo “ehhh… che fai?”. Ah ah. Certe cazzo di risate nervosette e tristi se osservate da fuori. Vedersi allo specchio mentre si parla e pensare all’essere ridicoli, impropri, vescicolari e mezzeseghe. Però che bello sarebbe uscire con una donna stasera. “Va bene dai…!”
Poi ti metti quella camicia bianca. Senza anima, nè personalità. E’ la migliore che hai quindi pensi che sia solo tu a non averci anima e personalità. Fai facce allo specchio e provi la frase dell’incontro (con sigaretta in bocca):”Prima che tu dica qualsiasi cosa…fammi accendere piccola” Che coglionate si pensano. Se le attui poi ,sei proprio un eroe al buio.
La frase diventa naturalmente: “Uelà, come stai?”
A una donna devi chiedere come stai sennò hai perso. Come stai serve a far capire che, forse, c’è un bidone nel quale si possa scaricare un pò di merda quella sera. Fai il sacrificio. Lei all’inizio ti inganna.
“Beeeeeene! E tu?”
“Dimmmmeeeeerda cazzo!” l’ingranaggio dell’onestà. Ma nessuno è onesto di fronte a una donna.
“Bè bè. Andiamo a bere?”

Quel locale aveva un’aria molto familiare. Sembrava casa mia con tutte quelle bottigliacce sulle mensole. La luce praticamente dissolta nel grasso dell’aria e qualche faccia ingiallita e in penombra.
Durante la bevuta mi tolsi un pò di bile dalla gola. Divenuto più mansueto mi avvicinai per darle un bacio sulla bocca. Lei mi chiese che cazzo volessi. Dissi che avevo voglia di scopare perchè ero stanco di sentire le sue lamentele sul fatto che il suo ragazzo non la scopasse bene, che il lavoro andasse molto male, che non sapeva cosa fare della vita e tutto ciò che ognuno di noi conosce bene. Mi disse che andava pur bene ma che dovevo fare piano perchè aveva una forte irritazione vaginale. Così scopammo. A casa mia. Sul letto, in cucina, per terra, nel cesso sotto la doccia. Avevo la più maestosa irritazione del glande e delle palle che si fosse mai vista.

Poi rimani solo.
Lei ti saluta raccattando di fretta le cose. Ti dà un bacino sulla fronte.
Il letto è bellissimo di notte. Di giorno ti fa venire un’ansia irreparabile e di notte è tutto.
A letto leggi 30/35 righe. Non riesci a leggere di più di quel libro che è sul comodino da sempre. Invecchiato e pieno di caccole. Non ricordi il titolo. “Che stai leggendo?” risposta concreta e sbrigativa:”La bibbia cazzo”
Dormi ma pensi ancora. All’amore, allo scopare, alla vacanza, alla felicità, al cazzo irritato, al lavoro, alla morte e poi sempre alla figa e all’amore.
Quando muori addormentandoti invece non pensi più a niente, d’un tratto. Il diamanteo evento dormire imbalsamato nell’eterno immobile.
La morte apparente però ti fa un pò incazzare.
Ti svegli e, fuori dalle coperte, il freddo antagonismo del vivere.
La sella è gelida. Pian piano riscalda e il motore è fluido, sempre più caldo e furbo. Poi ti dici: “Fai come la moto. Carbura e vedrai che le cose andranno sempre meglio” a fine giornata capisci che è proprio così. Non siamo niente senza quello che facciamo. Siamo interamente ciò che facciamo e sappiamo fare. Non si può solo esistere E in fondo è bello così.
Vai a letto finalmente felice.

Quel dipinto moderno

Filed under: Quelli della notte — blackix @ 11:00 pm

Cammino lento, un passo al secondo, per stare un pò tranquillo al pomeriggio. Solito percorso, niente di nuovo a parte la luce. Sempre diversa la luce. Mi accomodo in uno slargo, nascosto, intimo, ogni tanto qualche lavoratore che passa di lì a fumare. io seduto, calmo. Un libro in mano e l’aria mesta del postmeridiano che accascia gli occhi. Poi mi incanto. Spio la facciata di un palazzotto arrugginito di fronte a me e c’è una ragazza che fuma. Non mi guarda, non guarda giù, non guarda nulla, solo fuma e lancia gli occhi oltre, oltre tutto. Io guardo invece. Guardo lei, dipinta sulla parete, i capelli neri si muovono, il fumo pure ma il resto è immobile proiettato lontano. Non resisto, mi alzo, per farmi notare. Peccato non essere bello, penso. Sono basito, il dipinto della donna del balcone viene sconvolto. La donna guarda giù e io me ne accorgo. Alzo lo sguardo, sono impacciato, alzo le sopracciglia, tento di sorridere ma non sono buono a farlo. Brutto, sono brutto. Lei incrocia nell’istante lo sguardo, passa oltre. Io abbasso la testa. Proseguo due metri, coraggio, impertinenza e ci riprovo. Eccomi qua. Il dipinto riprende consistenza, la donna sul balcone non guarda più oltre, guarda me accigliata, le labbra parlano in silenzio ma vivaci, la mano dice il resto: “cazzo ti guardi?”. Maledetto meriggio, dai un pò di pace ai brutti che devono sempre cavarsela a pugni. Rispondo a due mani con tutte le dita di ogni mano unite alla punta: “ma chi cazzo ti caga?”. Pure contro i quadri c’è da incazzarsi. Giro l’angolo, cammino, rifletto.
Torno a casa, qualche minuto di pace, mi guardo allo specchio. Troppo brutto per essere vero. Dovrei fare il pugile, penso. Mi dò un pugno sulla guancia. Incasso proprio bene. Mi siedo  e aspetto la sera, di sera lo sò di essere bellissimo. Aspetterò la sera e al diavolo la pittura.

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