L’altro giorno stavo andando alla posta, dovevo spedire un pacchetto a un’amica americana. C’era sole, bel tiepidume autunnale, gradevole sulle guance e che ti lascia le gambe fresche. Camminavo sorridente poi un tipo mi si appressò e rise solo. Aveva i capelli di ceralacca, gli occhi incavati da segaiolo professionista, scarpe enormi e un pantalone sottilissimo che sembrava accogliere solo le ossa delle gambe. Il tipo ci aveva dei fogli in mano. Incominciò la recita:
“Buongiorno, mi darebbe solo un minuto del suo tempo?”
Era preciso, sorridente e determinato, io ero calmo, sorridente e, con mia estrema sorpresa, perfino paziente. Con sguardo superiore lo invitai a procedere:
“Io faccio parte dell’AICAP. L’associazione italiana dei cercatori di amicizie particolari. La nostra associazione ha aperto i battenti solo qualche mese fa ma conta già migliaia di iscritti in tutto il territorio nazionale…”
Amicizie particolari? Porca puttana. Mi aveva confuso le idee. Mi sentivo strano. Ero incuriosito! Mai successo nella vita di rimanere incuriosito da questi incontri di parareligiosi invasati che prendono le provvigioni per ogni anima salvata. Seguitava con poche parole:
“Andiamo al sodo. Funziona così: tu vieni in associazione, fai il mio nome, paghi 20 euro e ti siedi in una stanza, da solo. A un certo punto senti una voce, una voce non presente nella tua stanza che ti fa un sacco di domande. Tutte domande facili, per inteso, sulla tua vita, i tuoi interessi, per capire insomma che c’hai per la testa. Se tutto va bene alla fine tu avrai un profilo. Da quel momento entri nel database.”
“Nel database? Cioè vengo schedato?”
“Si, di modo che tutti gli iscritti possano sapere qualsiasi cosa di te. Ma bada bene che ci entri solo se ne sei degno.”
“e come si fa? come posso esserne degno?”
“Diciamo che bisogna che tu sia un tantino al di sopra delle media della gente normale, devi dimostrare predisposizioni particolari, devi essere un uomo libero insomma… non so se ci stiamo intendendo.” ammiccava. quegli occhi sbavati nel nero delle occhiaie stavano ammiccando, quella faccia lunghissima e tesa stava cercando di farmi capire qualcosa che io non ci capivo. Poi lui capì le mie difficoltà. Allora aprì un depliant. Alla prima pagina c’era scritto in inglese, enorme:
“PROUD TO BE FREE!” seconda pagina: due uomini sulla quarantina, che si inculavano felici indicando con un dito l’obbiettivo della macchina fotografica. terza pagina, 4 o 5 culi affilati e appostati a novanta e un tipo pensieroso col pisello di fuori che sembrava riflettere sulla questione. C’erano tutte enormi foto, occupavano l’intero spazio della pagina poi, in piccolo e illeggibile gli scopi dell’associazione. ottava pagina un tipo costipato sotto al tavolo col cazzo che passava attraverso e spuntava dritto nel piatto di una che si accingeva, contenta a farsi una leccata. Non ci capivo bene. Stringeva quel catalogo stretto a noi, il nostro immortale segreto di fregne e cazzi. Poi esplosi a causa delle domande che mi tormentavano:
“Senti ma vuol dire che se io mi iscrivo poi mi spetta di diritto a farmi delle gran scopate oppure è una cosa che funziona in un modo che io non saprò fino a che non mi farete impazzire con tutta sta pornografia e mi farete sborsare un chilo di banconote per una puttana? Io sono interessato alla questione ma c’ho bisogno di sapere bene a cosa vado incontro, non so se mi spiego”
Lui rideva di gusto, il porco si stava attrezzando a darmi l’ultimo colpettino prima del colpo di scena. Una signora, sui sessanta, allungava lo sguardo passando indifferente. L’uomo aveva gusto con le parole, sapeva prendermi bene.
“Vieni con me che ti faccio vedere” occhiolino. Ammiccava continuamente. Lo sapeva, lui, che il mondo è pieno di porci. Io non ero diverso. Altro che “amici particolari”. Basta prenderci per il verso giusto, diciamo con una certa professionalità, e tutti ci abbiamo il pallino di quelle cose. Lo seguii ipnotizzato.
AICAP, recitava il cartello. Senza spiegazioni, senza tracce. Entrammo. La segretaria salutava il mio angelo custode. Professionale e cortese. Tutto professionale e accogliente. Vengo invitato a sedermi su una bella poltrona rossa, col culo per terra, un cuscinone lussurioso.
“Lei prende un caffè, mister?”
“Volentieri miss, con 2 cucchielle di zucchero per cortesia.” mi sentivo a mio agio. Mi sentivo in una clinica privata, di quelle che ti offrono i cioccolatini prima di farti l’appendicite. Poi eccoli. Arrivano il mio seduttore con uno che aveva aria di esser la mente di tutto. Mi guarda e sorride professionale.
“Allora…qui non si fanno presentazioni perchè non sono opportune. Se sei qui è perchè c’hai qualcosa in testa che vuoi esprimere, c’hai la mente libera, perchè sei un dionterra e ora lo sai.”
“Mi piace come parli, ma bada di non esagerare e portami in fretta liddove tu sai…” puntualizzai. I venditori sono una razza orribile, si scordano di come si tratta la gente intelligente e trattano tutti allo stesso modo. Così mi scazzai un secondo, poi lui incalzò.
“Qui non si scherza, qui si agisce. Qui ci sono i desideri e la loro realizzazione. Fuori di qui tu sei l’uomo <<qualunque>>…qui dentro sei l’uomo dei tuoi sogni, cazzo!” Si era incazzato e sudava dalla fronte. C’aveva l’aria smarrita e violenta, che quasi mi faceva paura. Seguitò a calmarsi, asciugò la fronte.
“insomma, che si fa qua? si scopa o no? vi avviso, è quasi n’ora che ci sto dentro a st’associazione e non che ci abbia capito un cazzo. Vogliate spiegarmi subito, ora, altrimenti andrò via e vi sputtanerò.”
Le due facce parlavano elettricamente. Poi il mio infoiatore prese la situazione con serietà.
“Noi qui si fa il business. Tu vieni, mi dai 20 euro e io ti sistemo nel database. Poi viene un agenzia che ti fa le foto. Ti prende la faccia, il culo e l’uccello. Poi l’agenzia le vende ad una terza che provvede di metterle su internet modificate. Così alla tua faccia da brav’uomo da cucina corrisponde il cazzo di Rocco. Si preparano gli spot…<<Sono Antonio, di Padova, vieni a succhiarmi in chat!>> Ti viene data una specie di chatline privata e vieni contattato. Perlopiù sò tutti froci, ma bada bene che coi froci ci si diverte di brutto. Poi se vuoi li incontri e te ne vai a scopare. Ti assicuro che tante volte capitano pure dei tocchi di figa da paura. Questa è la macchina perfetta che vendiamo per 20 euro.”
Non che ci avessi niente contro le nuove tecnologie, ma mi sembrava che si stesse esagerando. Davo 20 euro per farmi fare un fotomontaggio del pisello, ammesso che ce l’avessi più piccolo di Rocco, e farmi delle scopate virtuali con dei froci. Che poi a me i froci manco mi interessavano. Mi alzai. Bevvi il caffè di colpo. La signorina era gentile. Io serissimo e cupo in viso. Imbarazzato.
“Signori, non mi interessa granchè sta roba. Mi dispiace, vi ringrazio del tempo che mi avete dedicato…”
uscii. Turbato camminavo per le strade delle mia città, quella che era una città pulita, perbene, morigerata persino. Avevo il pacchettino nella busta. Procedevo verso le poste. Poi pensai che stavo mandando un vibratore come regalo di compleanno a Janet, la mia amica americana.
La vita è un incedere stentato tra la depravazione personale e il senso etico della pornografia sociale.
Sbadigliai